Consigli Libri #1 “Camera Con Vista”

“Camera con vista” è un romanzo di Edward Morgan Forster, del 1908.

In questa storia l’autore è stato in grado di creare una vicenda avvolta da un’atmosfera romantica dove, ambientazione e personaggi si uniscono per creare una tenera narrazione che riesce a conquistare qualsiasi lettore sognatore e tremendamente romantico. I protagonisti vivono la loro quotidianità tra le strade di Firenze ed i campi dell’Inghilterra. Le descrizioni di Forster sono suggestive al punto che il lettore stesso sembra trovarsi nei vicoli toscani e nelle pensioni da quattro soldi dove risiedono i personaggi.

La storia di George e Lucy, due giovani innamorati che non riescono ad esprimere i loro sentimenti, riesce a far sognare le persone che si approcciano a quelle pagine stilisticamente perfette.

Si osserva la dinamica fra i due con tenerezza ma anche con imbarazzo, come se le loro vicende non potessero essere viste o disturbate da occhio esterno.

Ogni personaggio creato da Forster ha i suoi pregi ed i suoi difetti, spesso caratterizzati da pregiudizi tipici dell’epoca in cui vivevano. L’autore plasma un quadro perfetto della società inglese ottocentesca. I personaggi agli occhi del lettore risultano odiosi o amabili  e questo tutto grazie alla maestria di questo scrittore che dona una psicologia complessa ad ognuno di loro in modo che ogni persona possa affezionarsi al personaggio che è più affine alle proprie idee o che lo colpisce di più.

Forster utilizza un forte humour per criticare comportamenti di una società che per lui era troppo conservatrice. Infatti in Inghilterra, Lucy sembrava costretta a mantenere un certo decoro, a pensare attentamente prima di agire e a non potersi lasciar andare alle passioni che le erano state introdotte grazie al viaggio in Italia.

Questa giovane donna cresce e cambia di fronte ai nostri occhi mentre sfogliamo le pagine di questo romanzo, si rende conto di poter scegliere da sola la sua strada senza dover tener conto a ciò che le dice la famiglia o ciò che la società impone. Si rifiuta di seguire uno schema che le era stato assegnato da quando era piccola e comincia a decidere per sé cosa è più adatto a lei senza trascinarsi dietro anni di tradizioni e pregiudizi.

Lucy è il tipico personaggio cinetico, si è evoluta, anche se circondata da personaggi statici che volevano che rimanesse nello stesso stato in cui si trovavano loro.

La conoscenza di George e del padre, la portano a mettere in discussione ciò che aveva sempre creduto essere giusto facendole anche analizzare i suoi sentimenti, non come qualcosa di brutto e disdicevole ma come una costante nella vita di qualsiasi essere umano.

Il viaggio in Italia le fa comprendere che c’è molto di più nel mondo da scoprire di quanto lei abbia conosciuto nella sua casa di famiglia; ciò la porta a voler continuare a viaggiare ed esplorare ciò che ancora ignora, come l’amore.

Lucy è solo uno dei tanti intrigati personaggi che si incontrano in questo romanzo e se vi ho affascinato ed incuriosito almeno un po’ nei confronti di questo libro correte ed andate a conoscere gli altri tasselli di questa storia. Vi regalerà forti emozioni, vi farà innamorare e se avete voglia di continuare a sognare anche una volta chiuso il romanzo per l’ultima volta, “Camera con vista” è ciò che fa per voi.

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Aldo Moro: molto più di un fantasma.

Lunedì ho avuto la fortuna di partecipare ad un incontro con la figlia di Aldo Moro, Maria Fida Moro, questa donna è venuta nella mia università per farsi intervistare da due ragazzi che lavorano per Fanpage.it. L’intento principale era quello di parlare della morte del padre e di come non si sappia ancora la verità riguardo questa tragedia accaduta ormai quarant’anni fa, o meglio di come stiano ancora cercando di nascondere la verità. Ha citato il sito creato da suo figlio, Luca Moro, ossia “www.salviamoaldomoro.it”, dove si raccolgono firme per applicare la legge n. 206, in favore alle vittime di terrorismo ed ai loro familiari, alla famiglia di Moro. Maria Fida chiede l’applicazione di questa legge e trova sia ingiusto che questa cosa non sia già successa nei suoi confronti e in quelli della sua famiglia. Aggiungendo che la figura di suo padre viene utilizzata quotidianamente per le persone assassinate, sottolineando il fatto che il 9 maggio viene celebrata la giornata dedicata alle vittime del terrorismo, giorno in cui lui è stato ucciso Aldo Moro. Lei ci racconta di come la maggioranza di firme siano di ragazzi e non della gente del settore, di politici.

Il luogo d’incontro era l’aula in cui io e i miei colleghi seguiamo regolarmente il corso di giornalismo, aula non troppo grande, anzi quasi intima. Noi abbiamo potuto osservare i trucchi del mestiere e guardare il modo in cui l’intervistatore le indicasse come muoversi e quali argomenti trattare meglio se magari non si era capito qualcosa di quello che lei aveva precedentemente detto e a volte le ha anche posto delle domande.

In questa intervista, Maria Fida ripete più volte che non c’è nulla da festeggiare riguardo i quarant’anni della morte di suo padre e che lei e suo figlio non hanno intenzione di rimanersene zitti, tanto insulti e minacce sono all’ordine del giorno e questo non li spaventa. Una frase che mi ha davvero colpito è stata: “non potranno farci smettere di parlare, l’unico modo per fermarci è ucciderci, ma io ho un linfoma quindi immaginate quanto me ne importi.”

Si domanda e ci domanda. “Se Aldo Moro non è una vittima del terrorismo, allora di chi è?“, suo padre è stato ucciso dopo 55 giorni di tortura con 12 colpi intorno al cuore, non mortali per poi portarlo alla morte dopo un’ora di agonia. Lui non è un fantasma o un cadavere nel bagagliaio di una macchina; lui è un professore, un politico, una persona.

Suo nipote, Luca Moro, ha passato una vita pensando alla morte del nonno e dicendo alla madre frasi come: “quel giorno avresti dovuto farmi uscire con lui. almeno non avrei dovuto vivere un’esistenza senza la sua compagnia“. Si poteva sentire fortemente l’emozione di Maria Fida quando ci ha raccontato questa cosa.

Quando i giornalisti di Fanpage se ne sono andati Maria Fida ha notato lo sconcerto sui nostri volti dopo aver ascoltato i suoi racconti, ed in un certo senso ha voluto alleggerire la tensione raccontandoci qualche aneddoto riguardo suo padre. Come tutti sanno Aldo Moro è stato un professore universitario, il quale aveva un ottimo rapporto con i suoi allievi, quasi confidenziale Atteggiamento davvero inusuale, soprattutto in un mondo come l’università. Lui conosceva nome, data di nascita e qualsiasi altra sfaccettatura di ogni singolo studente che frequentava il suo corso. Si preoccupava di loro, se notava che non erano andati a lezione si accertava del fatto che stessero bene e che non gli fosse successo qualcosa di brutto, ogni qual volta lui facesse un viaggio comprava una cartolina per ogni suo studente e nel viaggio di ritorno le scriveva per poi consegnarle quando sarebbe rientrato.

Sua figlia ci ha detto anche che lui era dotato di un’ironia quasi speciale, riusciva a vederla in situazioni in cui le altre persone non lo facevano. Per attestare questa cosa ci ha raccontato di una volta in cui stavano su un aereo ed era successo qualcosa al motore,  per ovvie ragioni il panico si era fatto strada nell’animo di tutte le persone che si trovavano su quel veicolo, tranne in quella di lui. Aldo Moro con la tranquillità che non ci si aspetterebbe in un momento del genere disse: “io mi metto a dormire così dal sonno alla morte il passo è più facile.” E lo fece davvero.

Il bene non fa notizia ma c’è“, questa è una frase scritta da Moro in un suo articolo pubblicato sul quotidiano “Il Sole”, Maria Fida ha citato suo padre per farci un discorso sul bene, argomento a cui lei tiene tanto e che il padre ha cercato di professare per tutta la sua vita. Bene che ogni persona dovrebbe offrire al prossimo in quanto se riuscissimo a rendere la vita di una persona meno infelice poi quel bene tornerà a noi. Si tratta di gesti semplicissimi, partendo da un sorriso passando per una frase carina o un semplice interesse per la vita dell’altro. Guardandoci negli occhi uno ad uno ci ha detto: “so che tra di voi c’è chi ha sofferto molto, chi di meno, chi fa finta di non aver mai sofferto, ed io vi dico di andare a cercare questa sofferenza nascosta. Se riuscissimo a cambiare noi stessi allora saremmo in grado di cambiare anche il mondo“.

Lei ha parlato di se stessa e di come la vita non le abbia mai offerto granché: tutta la vicenda del padre, la perdita del suo lavoro da giornalista e di come lei abbia fatto qualsiasi mestiere per mantenere suo figlio che all’epoca aveva solo due anni. Ha alle spalle una vita di minacce e di insulti ma comunque questo non la ferma dal trattare bene le altre persone.

Non voglio che voi vi sentiate tristi in un mondo così infelice e degradato” ha concluso così il suo discorso.

Un ragazzo del mio corso le ha fatto una domanda riguardo i giornalisti e il giornalismo, in quanto anche lei ha fatto parte di questo mondo, la sua risposta è stata che ci sono due categorie di giornalisti che non sopporta: quelli che omettono la verità e quelli che vanno ad intervistare i bambini dopo che gli è successa una tragedia, mostrando così zero empatia e zero morale. “Questo non è sciacallaggio e nemmeno giornalismo, questa è stupidità“.

Dopo due ore passate insieme a lei ed ai suoi racconti, l’abbiamo salutata con un fragoroso applauso al quale lei ha risposto: “Se doveste fare i giornalisti in futuro ricordatevi di tenere il cuore acceso oltre al cervello“.

Davanti a noi abbiamo avuto una donna fortissima, intelligente, con le idee chiare e con la voglia di trasmettere quello in cui crede a noi che la stavamo ascoltando. Non ci si potrebbe aspettare altro dalla figlia di Aldo Moro.

Marvel Cinematic Universe: molto più di semplici supereroi.

Su qualsiasi social, che voi siate fan o meno del genere, troverete decine e decine di articoli riguardo l’ultimo film Marvel ora nelle sale ossia “Avengers: Infinity War”: recensioni, commenti, vignette umoristiche, fanart ed altro ancora sono all’ordine del giorno. Tutti ne parlano, le sale dei cinema sono piene, persone di tutte le età sono andate e stanno andando a vederlo, chi in gruppo, chi da solo. Ci sono fan che indossano maglie tematiche solo per andare in una sala buia, me compresa, altre che cercano di evitare spoiler per arrivare su quelle poltrone completamente all’oscuro riguardo il futuro dei loro beniamini. Sembra quasi un vero e proprio rito come se questi film avessero raggiunto qualcosa in più oltre all’essere degli adattamenti cinematografici di opere a fumetti.

Sono un’appassionata del mondo Marvel da un po’ di anni ed è diventata tradizione per me andare a vedere ogni singolo film di questo universo al cinema, per poi sorbirmi tutti i titoli di coda per vedere quella scena di pochi secondi che ci dona qualche indizio sul film successivo. Qualche volta mi sono anche scappati una serie di commenti non troppo carini riguardo le persone intorno a me, che si alzavano dai loro posti e se ne andavano senza aspettare questa famigerato spezzone al quale siamo abituati da anni e che la Marvel non ci ha mai fatto mancare. Quei minuti in cui i titoli di coda scorrono sullo schermo sembrano non finire mai, momenti utili per commentare velocemente quello che si è appena visto, l’ennesime scoperte di questo mondo che ormai ci accompagna da dieci anni a questa parte.

Questa non sarà un’altra recensione e nemmeno una serie di elogi riguardo questo film e di quanto esso sia fantastico, strepitoso, “dai su correte a vederlo”, vorrei semplicemente parlare con voi del grande impatto emotivo che queste pellicole hanno per me e quanto siano state importanti durante la mia crescita.

Una delle cose che mi è sempre piaciuta di più riguardo questo universo è la caratterizzazione dei personaggi, abbiamo davanti degli esseri con dei poteri inarrivabili e così potenti che non hanno nulla a che fare con noi e le nostre vite reali. Eppure ognuno di essi ha anche le sue fragilità, anche nella loro forza sono riusciti comunque a donargli un lato umano il quale, secondo la mia modesta opinione, riesce ad arrivare al pubblico in una maniera davvero notevole. Hanno dei superpoteri ma come tutti noi si ritrovano a provare le stesse emozioni che fanno parte del quotidiano comune: rabbia, solitudine, lutto, sofferenza. Si potrebbe andare avanti all’infinito riguardo gli argomenti che questi film trattano.

Ogni singolo personaggio ha le sue virtù ed i suoi difetti e si crea questo collegamento emotivo tra loro e gli spettatori, legame molto solido proprio perché essi non sono perfetti, sono come noi, sbagliano e nel loro piccolo cercano di risolvere. Basta guardare tutta la dinamica tra Steve Rogers e Tony Stark, ognuno con le proprie idee ma allo stesso tempo pronti a metterle da parte nel momento in cui riescono a ragionare a mente fredda. Così diversi ma indispensabili l’uno per l’altro.

L’amore, l’amicizia e la famiglia sono tematiche costanti e spesso dominanti, troviamo visioni diverse di “famiglia”, i Guardiani della Galassia si sono ritrovati insieme per una serie di eventi ed essendo soli hanno trovato conforto nella reciproca compagnia creando a tutti gli effetti un vero e proprio nucleo familiare pronto a proteggersi ed a scherzare tra di loro. Tutto perfettamente decorato con il tipico umorismo che caratterizza questi personaggi. Stesso discorso vale per Natasha Romanoff, “Vedova Nera”, la quale ha gli Avengers come famiglia e ha sempre cercato in tutti i modi di fermare qualsiasi contrasto avvenisse all’interno di quel gruppo.

Peter Parker e Tony Stark hanno una relazione simile, Iron Man ha preso sotto la sua ala protettrice il giovane eroe come se fosse una figura paterna per lui, prendendosi tutte le responsabilità riguardo la sua sicurezza.

Abbiamo Steve e Bucky, anni di amicizia alle spalle per due persone che sin da giovani non hanno mai avuto intenzione di voltarsi le spalle a vicenda ed abbandonarsi.

Funziona così per tutti i personaggi, come non innamorarsi del rapporto “odi et amo” tra Thor e Loki? Due caratteri molto complessi che seguono un’evoluzione enorme da film a film.

Si segue passo dopo passo la crescita di ognuno di loro, li si vede sbagliare, vincere, si gioisce con loro per qualsiasi vittoria e ci si commuove per qualsiasi perdita. Ogni situazione è reale per gli spettatori, sia che essi siano comodamente seduti sul divano di casa o sulle poltrone del cinema, come se facessero parte anche loro del team.

Come non esaltarsi ogni volta che Bruce Banner diventa Hulk o che Iron Man entra in scena con le sue canzoni degli AC/DC, c’è una vera adrenalina che scorre nelle vene in ogni scena in cui sono tutti insieme e lottano contro il cattivo di turno, fino ad arrivare ad esultare nel momento in cui la battaglia finisce.

Il lutto è un argomento toccato svariate volte e sotto diversi punti di vista, è quasi una sorta di rito di passaggio da persona normale a supereroe, i personaggi hanno tutti reazioni diverse a ciò, ma egualmente empatiche agli occhi dello spettatore. La rabbia, la tristezza, il senso di perdita e di abbandono, la sensazione di non aver fatto abbastanza, il rifiuto; emozioni dannatamente vere anche se il quadro generale è inverosimile.

Giunti a questo punto non vi sto dicendo di correre a vedere la filmografia del Marvel Cinematic Universe, anche se secondo me dovreste farlo, ma se vi va provate ad approcciarvi ad uno di questi film che è molto di più che un’americanata con protagonisti che indossano costumi eccentrici.

Storie di ordinaria follia (università) #1

Ormai la sessione è finita, le lezioni sono ricominciate e con esse tornano le giornate intere passate in facoltà con persone che sono diventate una sorta di seconda famiglia. Persone con le quali passi la maggior parte del tuo tempo e con cui le storie da raccontare si risparmiano, storie che mentre le racconti agli altri non fanno ridere per nulla ma per te che le hai vissute sono la cosa più esilarante che tu abbia mai vissuto in vita tua. Storie che non perdono il loro significato o la loro bellezza perché vengono raccontate, ma anzi ogni volta che le si racconta acquistano qualcosa in più, come se ogni elemento aggiunto da un altro punto di vista possa rendere l’insieme più divertente e completo. Per lo più quando questi eventi vengono narrati ad alta voce non è mai una sola persona a farlo ma quasi tutti i diretti interessati che erano presenti in quel momento partecipano. Quindi perlopiù si tratta di un racconto pieno di risate e di frasi senza senso che le persone da fuori non comprendono e che probabilmente pensano che  siamo vicino all’esaurimento e che infondo quest’esperienza universitaria non ci sta facendo benissimo.

Dopo questa lunghissima premessa vorrei raccontarvi di quella volta che rimasi chiusa nel bagno, sì esatto, chiusa nel bagno universitario. Spero che scrivendolo riesca a farvi percepire almeno un minimo il disagio di quella situazione.

Penso sia stata la prima settimana di università, tutto nuovo, tutto bello. Giornate condite da un’estrema euforia di un nuovo inizio, insomma le solite cose. Ho avuto la fortuna di avere accanto in quei primi giorni due miei amici conosciuti al liceo che non erano matricole come me, frequentavano quel luogo già da una anno. In poche parole tutto era un susseguirsi di consigli, presentazioni di loro amici e fantastici racconti su esami che avrei dovuto dare in futuro, racconti utili solamente a far crescere l’ansia.

Direi che prima di tutto dovrei presentarvi questi due individui un po’ strani che allietano le mie giornate: Federica e Dario. Entrambi inguaribili romantici, entrambi amanti della letteratura, entrambi con un umorismo particolare che ti spiazza e che al tempo stesso ti fa ridere fino alle lacrime. Federica è quel tipo di persona bravissima a raccontare le cose che ci accadono, una delle persone più teatrali che io conosca, utilizza gesti e diversi toni di voce nelle sue esposizioni. In un certo senso è quasi più d’intrattenimento lei che il racconto stesso.

Ma ora passiamo alla vicenda del bagno, tutto iniziò con noi tre che ci separammo, io e Federica andammo nel bagno delle donne, Dario in quello degli uomini. Tutto normale, fino al momento in cui cercai di aprire la porta del mio bagno per uscire e notai con dispiacere ed anche con un bel po’ di panico che non si apriva anche se avevo tolto il chiavistello.

Federica da fuori mi sentì smanettare con la maniglia e proprio per questo mi domandò: “Ma che sei rimasta chiusa dentro?” non mi diede nemmeno il tempo di rispondere che con molta calma continuò, “Ah è vero questo è il bagno difettoso”.

Io da dentro con zero pazienza rimasta, cominciai a dirle qualcosa ma venni mollata lì.

“Aspetta chiamo Dario” fu l’unica cosa che sentii prima che se ne andasse per andare sulla soglia del bagno dei maschi.

Da questa parte in poi vi racconto ciò che mi è stato riferito da quei due folli dei miei amici. A quanto pare Federica ha chiamato a bassa voce Dario ricevendo da quest’ultimo una risposta, anche dopo questa conferma lei ancora non sicura ha chiesto “sei tu?”.

Lui stava dentro al bagno quindi li separava una porta, sinceramente non ho idea a chi Federica pensava appartenesse la voce però insomma voleva una sicurezza, potete darle torto?

Tutto si concluse con lei che spiegò a Dario la situazione e lui che le disse che non sapeva come aiutare. Quindi con fare da eroina Federica è tornata da me e con quella forza che ha da ragazza alta poco più di un metro e cinquanta è riuscita ad aprire la porta.

Appena ci siamo guardate siamo scoppiate a ridere, non eravamo le uniche ragazze nel bagno quindi mi immagino cosa abbiano potuto pensare le persone che ci vedevano da fuori. Però per noi quella situazione era esilarante e ancora oggi che sono passati diversi mesi la raccontiamo almeno una volta a settimana.

Qui si conclude questa storia, in futuro cercherò di scrivere altre vicende che ci sono accadute, ma questo è un progetto che sto facendo con la ormai famosa Federica, quindi se andate sul suo blog potrete trovare un’altra fantastica esperienza di disagio universitario. Eccovi il link: https://writeonthewaysite.wordpress.com

Spero che questa storia vi abbia divertito almeno la metà di quanto abbia fatto divertire me scriverla. A presto!

Storia di una nonna lettrice.

Non so quanto tempo abbiate passato con i vostri nonni che essi siano ancora accanto a voi o meno. Io con la mia ho una sorta di rapporto “odi et amo”, per una serie di sfortunati eventi da un anno a questa parte mi ritrovo a condividere un modesto appartamento nella periferia romana con la mia nonna materna.

All’inizio era tutto nuovo e avevo con me pochissime cose, tra cui dei libri scolastici e qualche vestito, diciamo che i miei effetti personali si potevano raccogliere tranquillamente in uno scatolone di piccola misura.

Con il passare dei mesi gli oggetti sono aumentati e c’è stato anche l’arrivo di un cane, altro aneddoto di cui sicuramente vi parlerò, ed insieme a queste cose ho portato con me anche diversi romanzi, dai classici ai moderni, qualsiasi genere. Ho riempito qualsiasi scaffale libero con dei volumi più o meno vecchi, usurati e pieni di ricordi.

La mia fonte principale di libri sono i mercatini dell’usato dove si trovano buoni romanzi a piccoli prezzi, proprio in uno di questi mercatini ho trovato una vecchia edizione di Madame Bovary, edizione del ’62. Esteticamente affascinante con la sua copertina verde e la rilegatura in oro.

Appena sono rientrata a casa ho mostrato il libro a mia nonna che entusiasta mi ha raccontato di averlo letto quando aveva più o meno 18 anni, anch’io lo lessi a quell’età. Con il volume ancora in mano e gli occhiali rosa che le scendevano sul naso mi ha domandato se potessi prestarglielo dato che le sarebbe piaciuto leggerlo di nuovo mi disse che si ricordava davvero poco di quel romanzo.

Ora tutte le mattine la trovo a leggere seduta sulla poltrona con alle sue spalle la finestra che fa entrare la giusta luce che la aiuta a leggere questo libro dal carattere di scrittura minuscolo, vorrei sottolineare il fatto che quest’anno mia nonna compie 89 anni.

L’altra mattina le chiesi se le stesse piacendo il libro, cosa ne pensasse e se il suo ricordo di esso era simile a quello che stava provando in quel momento. Mentre me ne parlava si vedeva il trasporto con cui si era legata alla storia e come le ricordasse la sua gioventù. Ha iniziato a raccontarmi in che modo è nato il suo amore per la letteratura e di come avesse conosciuto il romanzo, che ora sta rileggendo, per la prima volta.

La storia inizia con suo padre, abitualmente prendeva libri in biblioteca, lei mi ha citato scrittori come: Dumas, Tolstoj, Hugo ed altri. Dato che lui lavorava tutta la giornata l’unico momento libero che aveva per leggere era la sera, si metteva sulla sua poltrona e leggeva qualche decina di pagine fino a che il sonno lo coglieva.

Inoltre la mattina prima di uscire per andare a lavoro, riponeva il volume sopra un mobile della casa, luogo in cui i bambini non potevano arrivare. Lo scopo era quello di non rovinare il libro che sarebbe dovuto tornare in biblioteca nelle condizioni migliori ma anche, a detta di mia nonna, perché alcuni erano romanzi spinti. Non mi ha detto esplicitamente detto i titoli, ma mi fa ridere pensare alla sua concezione di romanzo spinto dell’epoca quando nei giorni nostri nelle case girano libri come “Cinquanta sfumature”.

Appena il padre di mia nonna chiudeva la porta di casa, lei si sbrigava a fare quelle poche faccende che le erano assegnate e poi prendeva il libro in questione e si metteva a leggerlo in cucina. Quello non era l’unico momento in cui leggeva, lo faceva anche la notte, sua madre solitamente lasciava accesa la luce del bagno e in quel minuscolo luogo mia nonna si rifugiava per leggere il romanzo di nascosto.

Un amore clandestino tra lei e quei classici.

La storia del bagno è divertente e quando l’ho saputa mi ha lasciata stupita in quanto quando vivevo con i miei genitori condividevo la camera con mio fratello e mentre lui andava a dormire abbastanza presto io invece non avevo quell’abitudine. Desideravo continuare a leggere, per non disturbarlo con la luce in camera decidevo di andare in bagno a leggere, erano perlopiù quei giorni in cui dovevo assolutamente finire un romanzo.

Rivedere gli stessi comportamenti tra me e mia nonna mi ha fatto sorridere, in fondo buon sangue non mente.

 

Consigli Serie Tv #1 “Le ragazze del centralino”

“Le ragazze del centralino” (Las chicas del cable) è una serie tv spagnola prodotta da Netflix. Momentaneamente sono presenti le prime due stagioni composte da otto episodi ciascuna, è stato annunciato il rinnovamento per una terza stagione.

Questo telefilm ha come protagonista la Madrid degli anni ’20, non starò qui a raccontarvi la trama, cosa che potete leggere tranquillamente sul sito di Netflix o su Wikipedia. Vorrei parlarvi dei motivi principali per cui per me questa serie tv debba essere vista assolutamente. Ho notato che sui social se ne parla pochissimo e spero che in futuro venga dato il giusto merito a questo lavoro ben riuscito. Ovviamente eviterò spoiler quindi state tranquilli, potete continuare a leggere.

Prima di tutto “Las chicas del cable” copre una serie di argomenti attualissimi che raramente troviamo nelle opere che si svolgono in quegli anni. Abbiamo argomenti come: il sessismo, la violenza coniugale, l’aborto, le dipendenze, temi LGBT, e questi sono solamente alcune delle tematiche che il telefilm tocca con delicatezza ma anche con verità nuda e cruda su ciò che accadeva in passato e che spesso è anche molto comune nei giorni nostri.

Penso che questa serie tv possa essere considerata un prodotto altamente femminista anche se in parte sarebbe molto restrittivo descriverla solamente in questo modo. Si mettono in luce le donne non solamente come le vittime della situazione, scosse dagli eventi che le circondano senza prendere azione delle loro decisioni. Sono doppiogiochiste tanto quanto i personaggi maschili, feriscono gli altri, seducono per passarla liscia, ma riescono a creare un forte legame di amicizia tra di loro. Commettono azioni questionabili, ma ciò dona una maggiore caratterizzazione ad ogni singolo personaggio. Ci si lega facilmente a loro, condividendone ogni fallimento, scelta sbagliata e vittoria. Non sono perfette ed è proprio ciò che le rende interessanti.

Le cinque protagoniste lavorano insieme nella prima compagnia telefonica di Madrid, sono estremamente differenti l’una dall’altra, hanno passati diversi e una morale diversa. Ma comunque si aiutano e proteggono, vi è una forte solidarietà femminile, e non solamente nei momenti di divertimento in cui si incontrano per andare a bere o qualsiasi altra uscita più frivola. Affrontano insieme i problemi di vita quotidiana e quelli un po’ meno frequenti e più gravi, ognuna di loro lotta per la propria emancipazione, chi da un padre autoritario, chi da un marito violento.

Ovviamente tra i personaggi femminili non può essere tutto rose e fiori e vengono narrate diverse rivalità: nel mondo del lavoro oppure nel campo amoroso.

I diritti per le donne nella Spagna di quell’epoca non erano di certo riconosciuti in pieno, e una delle nostre protagoniste in particolare si ritrova a sottomettersi a causa di ciò per il bene di sua figlia. I colpi di scena in questa serie tv non mancano e nemmeno i triangoli amorosi, cara vecchia costante di qualsiasi telefilm che si rispetti.

Viene rappresentata la violenza coniugale, mostrando tutti gli aspetti che comporta; il motivo per cui non si denuncia soprattutto in un’epoca del genere dove fanno più paura le conseguenze che potrebbero portare un’ipotetica denuncia che la violenza stessa che si subisce tutti i giorni.

Il sesso in questa serie tv non è un tabù, così come l’amore etero viene mostrato senza proibizioni o censure l’amore omosessuale, parte molto importante e complessa per lo sviluppo di due dei personaggi principali.

Oltre tutti questi temi, molto interessanti ed attuali, vi è anche una recitazione eccellente che comporta un ulteriore attaccamento ai personaggi e alle loro vicende, nulla è esagerato.

Inoltre gli abiti e la scenografia generale sono stupendi, ti fanno entrare pienamente in quell’epoca di vestiti pieni di paillettes e di collane di perle.

Si potrebbe parlare per ore riguardo questa serie tv, spero che questi piccoli accenni vi abbiano fatto venire la curiosità di dare una possibilità a questa piccola perla.

Ci sentiamo al prossimo consiglio!

 

Thoughts #2

Cos’é la felicità?

La felicità sono quei dieci minuti liberi in cui trovo il tempo per scrivere.

La felicità è mia nonna che mi fa trovare le patatine fritte quando rientro a casa nonostante abbia quasi novant’anni e faccia fatica a fare quasi qualsiasi movimento.

La felicità è la faccia compiaciuta di mio padre che mi dice che il giorno dopo andremo a fare colazione insieme.

La felicità è avere accanto mia madre che condivide con me ogni mio piccolo traguardo, non importa quanto futile possa essere agli occhi degli altri.

La felicità è organizzare un viaggio ed arrabbiarsi con i propri amici perché non  ti danno corda.

La felicità è ricevere un messaggio inaspettato.

La felicità è vedere come una persona si apra ogni giorno e riuscire a scoprire tutte le sfumature del suo carattere.

La felicità è superare un lutto e rendersi conto di avercela fatta, con qualche cucitura qua e lá, ma comunque uscirne integra.

La felicità è vedere un parente dopo tanto tempo ma nel momento in cui torna è come se non se ne fosse mai andato.

La felicità è mangiare cibo spazzatura dopo aver passato una settimana d’inferno.

La felicità è cercare dischi usati insieme a mio fratello.

La felicità è raccontare un accaduto e non riuscire a finire l’aneddoto a causa delle troppe risate.

La felicità è correre sotto la pioggia per prendere un autobus.

La felicità è commentare programmi televisivi in compagnia.

La felicità è piangere per momenti che sai non torneranno più ma che avrai sempre la fortuna di poter ricordare.

La felicità è la vista di un cane che scodinzola.

La felicità è vedere mia zia che balla senza pensare ai problemi che ci circondano.

La felicità è vedere le stesse facce all’università.

La felicità è avere qualcuno che ti dica che andrà tutto bene dandoti una pacca sulla spalla.

La felicità è cantare a squarciagola.

La felicità è innamorarsi.

La felicità è finire un libro per poi consigliarlo a qualcuno.

La felicità è litigare ad un concerto.

La felicità è l’euforia dell’attesa di un evento.

La felicità è spingere il carrello della spesa mentre ti passano accanto famigliole felici che parlano e discutono su cosa preparare per quella cena importante.

La felicità è capire che sono queste piccole cose a renderci felici.